Da un po’ di tempo guardo con un certo scetticismo le giornate mondiali, pur celebrandole. Ve ne sono troppe e dunque mi son chiesta il senso. Se c’è una direzione, occorre capire qual è e dove conduce. E allora ho provato a leggere indossando gli occhiali della distanza per cercare di capire qual è l’altro senso delle Giornate mondiali. Hanno il merito, non lo discuto, di parlare e far parlare, di informare, di tirare fuori i dati che, in alcuni casi, sono mercé esclusiva degli addetti ai lavori. Numeri reificati sull’altare della verità, come se fossero altro da corpi e storie, da biografie. Sono giornate in cui non manca il voyerismo dei particolari (quante coltellate, con quale ritmo, con quale forza…), quelle in cui accendi la tv e la spegni perchè è un monocanale. Un amico ieri mi ha segnalato che in una grossa città del nord, in occasione della Giornata mondiale per il contrasto della violenza sulle donne, le vetrine dei negozi, nel giorno del black friday, veicolavano messaggi per sensibilizzare i consumatori sui temi della violenza di genere. Una buona iniziativa, vista dall’alto, tanto più che il rosso delle scarpette stacca un sacco sul nero dell’iniziativa clou del consumismo americano, importata di recente nel nostro Paese. Qual è il vantaggio del venditore nell’esporre messaggi di genere sulla violenza? Qual è il vantaggio di noi tutti nel colorare di rosso le nostre bacheche social, nell’intestare con il fiocchetto di rito la nostra immagine profilo? Cosa stiamo facendo? Dove stiamo andando? La nostra è una cultura dell’odio che incita violenza e si abbevera alla fonte dell’intolleranza, non basta un giorno per salvarci, ci vuole il tempo della cura, della relazione, dell’educazione che è tempo lungo, che è tempo che manca. Le giornate mondiali ci lavano le coscienze, macchiate dall’incuria dell’inoccupazione, graffiate dal perbenismo che ci risuona nelle orecchie che è tutto apposto, anche oggi l’abbiamo celebrata.

Serenella Pascali

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