Non solo il 25 novembre

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In prossimità del 25 Novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, decretata con la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, numerose sono le iniziative di sensibilizzazione promosse e dedicate a tale data pubblicamente riconosciuta. Tuttavia, per contrastare la crescita di un fenomeno che colpisce in modo evidentemente sproporzionato le donne, ogni giorno è da intendersi come 25 Novembre.

Comprendere l’eziologia del fenomeno, così camaleontico e transculturale, – stando ai dati dell’ultimo rapporto Istat del 2015, (periodo di riferimento 2014), 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, e le donne straniere hanno subìto violenza fisica o sessuale in misura simile alle italiane nel corso della vita (31,3% e 31,5%)[1]implica adottare lenti di lettura che lo circoscrivano in modo stringente e inequivocabile.

Di matrice puramente culturale, dove lo squilibrio tra il potere maschile e quello femminile è consegnato a ruoli arbitrariamente dettati da aspettative anacronistiche ed evidentemente attuali, la violenza sulle donne rimanda anche al quadro concettuale delineato dall’OMS, già nel 2002, all’interno del “World Report on Violence and Health”[2], che la definisce “un problema di salute pubblica e tratto saliente delle società contemporanee”, ricollegandosi ad un interrogativo ancora più antecedente, del 1996, formalmente sollevato dai Paesi partecipanti alla Quarantanovesima Conferenza  dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’OMS, nel 2002, con la costituzione del Dipartimento per il genere e la salute della donnaThe Department of Gender and Woman’s Health (GWH)[3] – ha sollecitamente portato all’attenzione mondiale l’esistenza di differenze “di genere” nei fattori che determinano la salute e nei fattori che determinano il carico delle malattie per gli uomini e per le donne. Le differenze di genere, spiega l’Oms, si riferiscono a dati sociali e culturali: le donne vivono in condizioni di minore vantaggio rispetto agli uomini in tutto il mondo e ciò si riflette sulle loro condizioni di salute definite più scadenti per minori risorse, minori livelli occupazionali, più carico di lavoro e più violenza degli uomini. L’OMS continua allargando la questione al problema degli effetti che la violenza di genere ha sulla salute delle donne, di estrema rilevanza sia nei Paesi in via di sviluppo che in quelli già sviluppati, invitando tutti gli Stati ad attivare politiche di contrasto.

Riconoscere la matrice culturale della violenza di genere quale facile deterrente che ne consente la proliferazione, e integrare a essa il danno arrecato da violenze reiterate consumate troppo spesso all’interno delle relazioni intime –  si parla di “Intimate Partner Violence”[4] ovvero “violenza interpersonale intima”-, consente di compiere un ulteriore passo avanti in direzione di un cambiamento culturale, agente primario di prevenzione e contrasto, nonché di esercitare il diritto di riscatto per le donne stesse. Significa interrogarsi su come impattano determinati fattori strettamente connessi alle forme di violenza (fisica, psicologica, sessuale, economica, stalking, ecc.) agite sulle donne (e inevitabilmente sui loro figli, vittime di violenza assistita), e su quali siano gli indicatori di rischio in grado di indurle ad “accomodarsi” e a conformarsi a pericolosi habitus mentali socialmente prodotti. Tra gli effetti della violenza sulla salute delle donne l’OMS annovera sia conseguenze sulla salute fisica e sessuale[5] (fratture, disturbi gastrointestinali, sindrome da dolore cronico, sindrome dell’intestino irritabile, infiammazione pelviche, ecc.), che conseguenze psicologiche e comportamentali (tra cui ansia, depressione, disturbi dell’umore e del sonno, disturbo da stress post-traumatico, ecc.), confermando quanto emerge, non di rado, nei dolorosi vissuti delle donne che si rivolgono ai Centri Antiviolenza (disturbi del sonno, dell’umore, circolatori e gastrointestinali, flashback dei vissuti violenti, solo per citarne alcuni), o presso gli appositi presidi sanitari.

Tali conseguenze, se non opportunamente contestualizzate, rischiano di essere scambiate per cause che rimandano in modo fuorviante a caratteristiche personali e soggettive, innescando pericolose dinamiche di vittimizzazione secondaria[6]: si pensi ad esempio allo stereotipo della personalità della donna “fragile”, anticamera di una stigmatizzazione che apre la strada ad una quasi “predestinata” depressione. Tutto ciò andrebbe invece riletto alla luce di ruoli e carichi di lavoro “di cura” significativamente gravosi e assegnati alle donne da secoli di storia.

Se a tali considerazioni aggiungiamo fattori quali l’isolamento tipico di ciò che Lenore Walker nel 1979 chiamò il ciclo della violenza[7], limitazioni nella libertà e nell’autodeterminazione, svalutazioni, denigrazioni ed attacchi continui all’autostima, un sovraccarico dei problemi del partner trascurando bisogni ed interessi personali, e la pressione[8] “dettata dal contesto familiare nel quale la donna vive, che finisce per tradursi in valore legato alla sua sopravvivenza psicologica – e di frequente anche materiale – sua e dei suoi figli”, è facile intuire come tale commistione possa divenire predittiva di una quotidianità svuotata dalle connotazioni proprie di serenità e benessere psicofisico.

La difficoltà di recidere la relazione con il maltrattante – cloaca di efferate e subdole forme di violenza – e di conseguenza di preservare ed esercitare il proprio diritto al benessere risiede proprio nel radicarsi del ciclo della violenza, espresso nelle sue fasi sempre più ravvicinate di accumulo della tensione, esplosione e falsa riappacificazione, che si ripetono senza soluzione di continuità. Strettamente ancorato a tale spirale, e meccanismo principale di mantenimento agito dal maltrattante, è la negazione stessa della violenza, attraverso dinamiche di minimizzazione e giustificazione del tenore “non l’ho picchiata le ho dato solo uno spintone.. è colpa tua.. te la sei cercata..”. Il meccanismo di negazione finisce inevitabilmente con il riflettersi sulla donna che, paradossalmente, lo introietta in termini di senso di colpa e responsabilità della violenza subita. Il gioco-forza è reso più rapido grazie all’intervento di fattori contestuali come l’isolamento relazionale e sociale nel quale la donna si ritrova confinata, avendo interrotto ogni contatto e relazione significativa esterna al proprio nucleo familiare o al legame con il partner. L’assenza di punti di contatto/confronto con il mondo esterno ostacola, inoltre, la reale consapevolezza della possibilità di reiterazione della violenza, innalzando notevolmente il livello del rischio. La tutela per la propria incolumità fisica rimane così su uno sfondo morto, mentre si alimentano inutili aspettative di cambiamento del partner violento, in nome di una fedeltà ad un legame d’amore che, contrariamente ad ogni attesa, tradisce senza concedere alcuno sconto. Lo scotto troppo alto da pagare, in una rilettura errata della violenza di genere, è l’incremento dei femminicidi a cui ogni giorno si assiste, in una società che appare di fatto culturalmente impreparata.

La solitudine di infinite donne è una certezza seppur non ben quantificata, dal momento che i dati di cui disponiamo rappresentano solo la punta di un massiccio iceberg. Le storie delle donne vittime di violenza si ripetono con tratti simili per certi versi, nell’instaurarsi di una violenza psicologica fortemente presente fin dall’inizio del rapporto con il maltrattante, ma non adeguatamente codificata. Nel momento in cui esse scelgono di rompere faticosamente la dinamica della spirale violenta gli interventi devono essere quanto più immediati possibili, in direzione di una prospettiva di cambiamento e di gender meanstreaming che livelli le discriminazioni esistenti, attraverso un ascolto che azzeri i falsi preconcetti che permeano il nostro modo di relazionarci con un magma incandescente.

E’ questo un prezzo che non ci si può concedere eticamente, in nome di un’ “evoluzione” che lascia spazio ancora a molti perché, ma soprattutto per tutte quelle donne che hanno il diritto di rompere un silenzio bianco e camminare libere verso un orizzonte di riscatto e valorizzazione di un potenziale a lungo sopito.

Ai policy maker, ai servizi di varia natura, agli organi di giustizia e alle forze dell’ordine, ai centri antiviolenza, alle associazioni e alle organizzazioni non governative, ai soggetti formativi spetta la sfida di investire in una formazione a lungo termine, secondo una logica preventiva serrante e linguaggi unitari dettati da obiettivi condivisi, perché le risposte ai bisogni derivanti da una violenza a “statuto speciale” siano integrate ed equamente garantite in ogni tempo e in ogni Paese; perché vi sia la sensibilità e la capacità di cogliere non solo le conseguenze più visibili, ma soprattutto quelle celate e dignitosamente ben camuffate dietro volti e occhi placidi e silenti.

Moira Fusco, coordinatrice CAV Sanfra

[1]ISTAT, La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, Anno 2015.

[2] http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/42495/5/9241545615_ita.pdf.

Nel 2013 vengono pubblicate Linee guida dell’Oms Responding to intimate partner violence and sexual violence against women, http://www.ipasvi.it/ecm/rivista-linfermiere/rivista-linfermiere-page-17-articolo-209.htm.

[3] http://www.who.int/violence_injury_prevention/violence/en/

[4] In essa rientra la violenza fisica, sessuale, economica, psicologica, stalking.

[5] http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/42495/5/9241545615_ita.pdf, Tab. 4.6, “Conseguenze della violenza da parte del partner sulla salute”, pg. 138.

[6] In tale processo a volte attuato dalla società stessa si tende a considerare la donna responsabile della violenza subita (vittima/colpevole) a causa del suo comportamento, colludendo, così facendo con il maltrattante.

[7] Lenore Walker descrisse tre fasi del ciclo della violenza: accumulo della tensione, esplosione e falsa riappacificazione. Tali fasi si ripetono ininterrottamente e senza soluzione di continuità in tutte le situazioni di violenza domestica. Il radicarsi del ciclo della violenza con i meccanismi di negazione e minimizzazione alla base di esso, rendono difficile per la donna interrompere il rapporto con il maltrattante. https://it.wikipedia.org/wiki/Ciclo_dell’abuso

[8] “Le violenze che la donna subisce nel contesto familiare, che è quasi sempre un contesto lavorativo vanno valutate alla luce del grado di costrittività che quel contesto esercita. L’unità familiare costituisce per la donna un valore legato alla sopravvivenza psicologica e di frequente anche materiale per lei e per i suoi figli. Inoltre, il grado di costrizione che l’ambiente familiare esercita sulla donna che subisce violenza è rappresentato dalla percezione che la donna ha di quell’ambiente: un luogo deputato alla cura degli altri (anche dell’autore delle violenze), di cui lei ha la responsabilità e a cui a lei è legata la percezione della propria realizzazione personale che, se intaccata, si riverbera su di lei come responsabilità, senso di colpa e fallimento personale”, in E. REALE, Maltrattamento e violenza sulle donne, Vol. II – Criteri, metodi e strumenti per l’intervento clinico, Franco Angeli, Milano, 2011.

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